Plusvalenze, Financial Fair Play e Bilancio 3: Nei precedenti spunti di riflessione sono stati analizzati gli effetti positivi e negativi dell’applicazione del FFP e la disparità di trattamento applicata dal CFCB della UEFA. In questo terzo focus sulla Football Industry ci concentreremo invece sulla natura dei ricavi che i club generano e gli effetti generati su di essi che ha generato il FFP. Preciso fin da subito che i dati estrapolati in questa breve trattazione hanno come fonte lo studio “The Consequences of Accounting-Based Regulation: Real Effects on European Football Players Transfer Market” pubblicato da Fabio Ciaponi, economista dell’Università dell’Aquila, in collaborazione con Massimiliano Bonacchi, Stern School of Business New York University, Antonio Marra, Bocconi, Ron Shalev, Rotman School of Management University of Toronto. A loro vanno i miei complimenti (non che servano, eh!) e il mio ringraziamento per il focus sul gioco che a noi più piace.

I ricavi dei club professionistici

Prima di snocciolare i dati dello studio richiamato in premessa, occorre analizzare anteriormente quali sono le fonti di ricavo dei club:

Le prime tre fonti di ricavo dell’elenco sono stabilite ex-ante tramite contratti: tra le Leghe e le emittenti per i diritti TV, tra le società e gli sponsor per i ricavi da sponsorizzazione e direttamente gestiti dalle società per i ricavi da stadio. Tali ricavi, però, giungono subito a maturazione. Difficilmente per un club c’è la possibilità di ridiscutere un contratto di sponsorizzazione prima della scadenza, ed ancora più difficile se non impossibile aumentare sensibilmente i ricavi da stadio una volta che la struttura è entrata pienamente in funzione. I diritti TV vengono discussi dalla Lega e vengono suddivisi così come da regolamentazione approvata.
L’unica fonte di ricavo su cui le società possono fare leva e un minimo di programmazione è il cd. player trading.

L’esplosione del player trading come leva per aumentare ricavi e competitività sportiva

Dall’introduzione del FFP nel 2010, è indubbio che l’equilibrio economico è migliorato (ne ho parlato nel secondo articolo della serie) e i club sono passati da 1,7 miliardi di perdite aggregate nell’ultimo anno prima dell’introduzione del Fair Play Finanziario a un utile aggregato di 600 mln nel 2018. Tale risultato però è stato raggiunto attraverso l’aumento dei ricavi e non attraverso un contenimento dei costi. Una delle voci di ricavo che sono esplose dal 2014 è sicuramente la voce Plusvalenze da cessione di diritti utilizzo prestazioni sportive. Nello studio “The Consequences of Accounting-Based Regulation: Real Effects on European Football Players Transfer Market” sono stati analizzati i trasferimenti di tutte le società appartenenti ai 5 maggiori campionati di calcio europei (Serie A, Premier League, Ligue 1, Bundesliga e La Liga) dall’introduzione del FFP fino al 2018. I dati estrapolati sono stati divisi per società sottoposte alla regolamentazione e società con non sono state sottoposte alla regolamentazione perché nell’orizzonte temporale non hanno partecipato a competizioni UEFA.

Lo studio analizza in prima istanza il volume totale dei trasferimenti effettuati dall’implementazione della regolamentazione europea, la quale indica che le società sottoposte a FFP hanno aumentato del 10% la cessione di calciatori per anno, rispetto ad un incremento del 5% per le società non sottoposte a vincoli europei. In seconda battuta, lo studio ha dimostrato un incremento del 25% di cessione di calciatori under 21 per i club che sono soggetti al FFP, mentre nei club non sottoposti a regolamentazione non c’è stato alcun incremento di cessione under 21. Tale aumento si giustifica nel fatto che i calciatori under 21 provenienti dalle giovanili sono iscritti in bilancio con valore 0, permettendo di iscrivere totalmente l’incasso come plusvalenze e quindi nei “relevant income”.
Altro dato importante da rilevare è che negli scambi di calciatori tra clubs non ci sono movimenti monetari o sono di modesta entità. Questo ha permesso alle società di “gonfiare” i prezzi dei cartellini rispetto alle operazioni di vendita di calciatori in cui vengono effettuati movimenti di denaro.
Nell’orizzonte temporale preso in considerazione dallo studio, i profitti generati dal trasferimento delle prestazioni dei calciatori professionisti è aumento del 115% nei club sottoposti a FFP, mentre nei club che non partecipano alle competizioni europee non si sono rilevate variazioni significative. Se prendiamo come riferimento le permute di calciatori tra società i profitti da player trading sono aumentati del 141%. Considerando, invece, i profitti generati dalla vendita di calciatori giovani lo studio sottolinea un aumento dei profitti del 60%.

Per quanto riguarda il valore dei cartellini inseriti nelle “permute”, si può notare un incremento del prezzo di quasi il 20% per i club che sono sottoposti alla regolamentazione UEFA, rispetto a nessun aumento riscontrato nei club non sottoposti a break even.

Tali numeri certificano il cambio di approccio alle campagne trasferimenti da parte delle società che devono perseguire l’obiettivo del pareggio di bilancio e rispettare la Break Even Rule. Grazie all’osservazione dei bilanci di queste società si evidenzia il forte incentivo a generare plusvalenze opportunistiche per il rispetto dei parametri UEFA.

L’inquadramento degli Exchange Transfer

Un aspetto molto delicato è quello relativo all’iscrizione dei profitti derivanti dagli scambi delle prestazioni di calciatori in cui non vengono effettuate passaggi di moneta. Infatti in Italia sta tenendo banco la questione “plusvalenze” scaturita dalle indagini effettuate dalla Procura Federale ai danni della Juventus S.p.a., storico club italiano quotato presso la borsa di Milano dal 2001. L’inchiesta parte da un delibera CONSOB che contesta alla Juventus l’iscrizione di alcune plusvalenze derivanti da scambi e le iscrizioni in bilancio delle scritture private intercorse tra società e calciatori durante il periodo pandemico (“manovra stipendi”). Nell’ambito del tema trattato da questa serie di articoli, mi soffermerò solo sul primo tema.

L’iscrizione delle plusvalenze di permute di attività immateriali, secondo i principi contabili internazionali (IAS), devono seguire il postulato dello IAS 38 par. 45. Il principio prevede per tali operazioni l’iscrizione al fair value solo nel caso in cui sia possibile dimostrare contemporaneamente la natura commerciale dell’operazione e una stima attendibile del valore del calciatore (magari attraverso una metodologia sviluppata dalla stessa società per il calcolo del valore). Nel caso in cui una delle due condizioni venga meno, l’immobilizzazione immateriale ricevuta nello scambio (calciatore in entrata) deve essere iscritto al valore netto contabile, cioè il costo storico meno gli ammortamenti, dell’immobilizzazione ceduta (calciatore in uscita). Sempre nella delibera CONSOB, è le stesso organo di controllo ad asserire che nel panorama europeo solo altri due club quotati seguono tale postulato: il Porto e lo Sporting Lisbona.

Per i club non quotati invece sembra, e sottolineo sembra, non esistere questo problema in quanto nell’OIC 24, che disciplina le immobilizzazioni immateriali, non c’è una regola che dsciplina l’iscrizione delle permute. Ma questo è vero solo in apparenza: l’OIC 11 prevede che nel caso in cui i principi contabili non prevedano espressamente regolamentazione per una fattispecie, si debba ricorrere per analogia e dove possibile ad un principio adattabile a tale operazione.
Ed è per questo che entra in gioco l’OIC 16 che regolamenta le immobilizzazioni materiali e nello specifico anche le permute nel paragrafo 82 e 83. Andando a leggere i paragrafi di tale principio contabile può sorgere il dubbio che tutte le società di calcio stiano contabilizzando in maniera errata le permute.

Conclusioni

Alla luce di quanto raccontato in questa mini serie di articoli, sarebbe necessario un cambiamento nel mondo del calcio da parte del regolatore. Lo strumento del FFP aveva dei nobili scopi ed ha in parte assolto al compito per il quale è stato creato. Il miglioramento dell’equilibrio economico dei club è sotto gli occhi di tutti, ma per raggiungerlo le società professionistiche si sono adattate al nuovo strumento regolatorio attraverso forme di sviluppo societario teso alla massimizzazione dei ricavi e non alla riduzione dei costi. Questo “mal funzionamento” è dovuto dal comportamento della UEFA, che ha elargito pene esemplari solo a club europei di seconda fascia, chiudendo spesso due occhi sulle principali squadre europee e permettendo ai club stato di aggirare le regole attraverso contratti di sponsorizzazione fittizia con la conseguenza di un aumento esponenziale dei costi dei cartellini e degli stipendi dei calciatori.

Articoli precedenti:
1. Primo episodio
2. Secondo episodio

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