Quando si parla di bilancio, il concetto di continuità aziendale – o going concern – rappresenta uno dei principi cardine. In termini semplici, significa che l’azienda deve essere in grado di proseguire la propria attività nel futuro prevedibile, ovvero per almeno 12 mesi dalla data di chiusura dell’esercizio. Se questa condizione viene meno, la valutazione delle voci di bilancio cambia radicalmente, passando da un’ottica di funzionamento a una di realizzo. Ma come si dimostra concretamente la continuità aziendale? E quali sono i riferimenti normativi da considerare?
Il going concern non è solo una formalità contabile, ma un principio che influisce su tutto il bilancio. In sua assenza, l’azienda dovrebbe svalutare i propri asset, riconsiderare le proprie passività e fornire un’informativa chiara sulle proprie difficoltà. Per questo motivo, amministratori, revisori e stakeholder guardano con attenzione a questo aspetto.
Secondo l’OIC 11 “Finalità e postulati del bilancio d’esercizio”, il bilancio deve essere redatto ipotizzando che l’impresa sia in grado di continuare a operare. Tuttavia, se emergono elementi di incertezza, l’organo amministrativo deve approfondire e fornire dettagli nella Nota Integrativa. A livello pratico, vengono esaminati vari aspetti, tra cui:
Se il going concern non è garantito, il bilancio deve essere impostato su valori di liquidazione.
Passando agli standard internazionali, lo IAS 1 “Presentation of Financial Statements” stabilisce che la responsabilità della valutazione della continuità aziendale ricade sugli amministratori. Devono considerare tutte le informazioni disponibili per almeno 12 mesi e, se ci sono incertezze significative, queste devono essere adeguatamente illustrate in bilancio.
Lo IAS 10 “Events after the Reporting Period” aggiunge un tassello importante: anche gli eventi successivi alla chiusura del bilancio possono incidere sulla valutazione del going concern. Se emergono nuove informazioni che mettono in dubbio la capacità dell’azienda di continuare la sua attività, queste devono essere tempestivamente comunicate e, se necessario, integrate nei criteri di valutazione.
Per provare la sussistenza del going concern, le aziende devono predisporre una serie di documenti chiave:
L’obiettivo è fornire un quadro chiaro e dettagliato che permetta a revisori e stakeholder di valutare la solidità dell’impresa.
Anche il revisore gioca un ruolo chiave nella verifica della continuità aziendale. Secondo l’ISA 315, il revisore deve comprendere a fondo il modello di business dell’azienda, il suo contesto operativo e i rischi connessi, inclusi quelli legati alla continuità.
L’ISA 570 si concentra proprio sul going concern. Se il revisore rileva significative incertezze, deve:
Nei casi più gravi, se la continuità aziendale non è adeguatamente supportata, il revisore può rilasciare un parere con rilievi o addirittura un parere negativo sul bilancio.
Per le piccole e medie imprese (PMI), la valutazione del going concern può risultare più complessa, poiché spesso non dispongono di strumenti avanzati di pianificazione finanziaria. Tuttavia, esistono indicatori alternativi che possono essere utilizzati per dimostrare la continuità aziendale, tra cui:
Per le PMI, l’adozione di questi indici può essere un valido strumento per fornire evidenze concrete della sostenibilità aziendale e per rafforzare il rapporto con i revisori e gli stakeholder.
La dimostrazione del going concern non è solo un obbligo contabile, ma un processo che richiede analisi, documentazione e trasparenza. L’applicazione rigorosa dei principi OIC e IAS permette di garantire una rappresentazione veritiera e corretta della situazione aziendale, tutelando la fiducia di investitori e finanziatori.
Allo stesso tempo, il coinvolgimento del revisore aggiunge un ulteriore livello di controllo, riducendo i rischi e assicurando un’informativa finanziaria chiara e attendibile.
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