ets

Negli ultimi anni molte associazioni hanno trovato negli eventi una forma naturale di autofinanziamento.
Uno o due appuntamenti all’anno, qualche sponsor, una comunità attorno e tanta buona volontà. Un modello che, nei fatti, ha funzionato.

Dal 2026, però, questo equilibrio rischia di rompersi.

Con l’entrata a regime della fiscalità degli Enti del Terzo Settore, il tema non sarà più se un ETS può organizzare eventi, ma come lo fa e con quale struttura. E soprattutto se la sua organizzazione è coerente con il peso economico che l’evento genera.

È importante chiarirlo subito: questo discorso non riguarda le ASD sportive, che continueranno a operare con il regime 398. Riguarda invece APS, ODV e, più in generale, gli ETS iscritti al RUNTS che organizzano eventi e che spesso hanno nelle sponsorizzazioni la principale fonte di entrata.

Il nodo centrale: quando l’evento diventa “impresa”

Il punto chiave è semplice ma scomodo. Quando un ETS genera ricavi commerciali rilevanti – sponsorizzazioni, biglietteria, servizi accessori – la normativa guarda alla sostanza, non alle intenzioni.

Non conta che l’evento sia uno solo. Non conta che l’utile serva a finanziare attività sociali.

Conta se l’attività commerciale è prevalente e strutturata.

Negli anni passati si è vissuti in una zona grigia, in cui la forma associativa riusciva ad assorbire anche gestioni economicamente complesse. Dal 2026 quella zona grigia si restringe drasticamente.

Per organizzare un evento come ETS serviranno:

  • una struttura amministrativa solida,
  • una governance consapevole,
  • una separazione reale tra attività istituzionale e attività commerciale.

“Reale” significa visibile nei contratti, nei flussi economici, nelle responsabilità operative.
Non basta scriverlo nello statuto.

Un paradosso sempre più evidente

Qui emerge una contraddizione che molti stanno iniziando a percepire. Un ETS event-based, oggi, rischia di essere più complesso da gestire di una SRL.

Con una differenza sostanziale: la SRL nasce per fare impresa. L’ETS no.

Quando un ETS svolge attività che, nei fatti, sono imprenditoriali, si trova a sostenere costi e rischi elevati senza avere la stessa libertà organizzativa e decisionale di una società. È da qui che nasce la sensazione diffusa che “le associazioni paghino più delle imprese”.

Perché tutto ruota attorno all’art. 79 del Codice del Terzo Settore

Il cuore di questo cambiamento sta in una norma spesso citata ma poco compresa: l’articolo 79 del Codice del Terzo Settore. È la disposizione che stabilisce quando un ETS è considerato, dal punto di vista fiscale, un ente non commerciale e quando, invece, diventa a tutti gli effetti commerciale.

Il principio è lineare: un ETS resta non commerciale solo se svolge prevalentemente attività di interesse generale senza logiche di mercato. Quando invece i ricavi derivanti da sponsorizzazioni, biglietteria o servizi superano quelli istituzionali, la normativa non guarda più alle finalità dichiarate, ma al peso economico reale delle attività svolte.

In questo quadro, le sponsorizzazioni assumono un ruolo decisivo.

Sono sempre considerate attività commerciale, indipendentemente dallo scopo per cui vengono utilizzate le risorse. Anche un solo evento all’anno può essere sufficiente a far scattare la qualificazione commerciale, se i numeri sono rilevanti.

L’art. 79 non vieta agli ETS di fare attività economica.

Impone però una scelta di coerenza: o l’ente accetta di essere trattato fiscalmente come un soggetto commerciale, oppure separa in modo chiaro ciò che è impresa da ciò che è attività istituzionale.

È questa norma, più di ogni altra, a spiegare perché dal 2026 non sarà più possibile affidarsi a soluzioni ibride o informali.

Le architetture possibili: non una sola strada

Non esiste una soluzione valida per tutti. Esistono però alcune architetture organizzative che, dal 2026, saranno molto più frequenti di quanto lo siano oggi. La scelta dipende dal peso economico dell’evento, dalla sua ricorrenza e dal ruolo che l’associazione vuole continuare ad avere.

ETS che accetta la propria natura commerciale

Alcuni enti sceglieranno di non cambiare struttura e di accettare il fatto che l’attività di eventi sia, a tutti gli effetti, prevalente. In questo caso l’ETS diventa fiscalmente commerciale, con tutte le conseguenze del caso: imposte, contabilità più complessa, maggiore esposizione al rischio. È una strada lineare e legittima, ma spesso sottovalutata nei costi e negli adempimenti. Funziona solo se l’ente è consapevole di stare operando, di fatto, come un’impresa.

Separazione netta tra ETS e attività commerciale

Sempre più spesso la soluzione passa da una separazione reale delle funzioni. L’ETS rimane il custode della missione, del progetto culturale o sociale, del brand e della relazione con la comunità. La gestione economica dell’evento viene invece affidata a un soggetto distinto, tipicamente una società, che si occupa di sponsor, biglietteria, fornitori e rischi operativi. È un modello più strutturato, ma anche più coerente con la normativa e più sostenibile nel medio periodo.

ETS affiancato da una società controllata

In alcune situazioni l’ETS non si limita a “stare a fianco”, ma controlla direttamente il soggetto commerciale. La società diventa uno strumento operativo, non un fine. Gli eventi generano utili che vengono tassati come reddito d’impresa e, solo successivamente, possono essere destinati all’ETS per finanziare le attività istituzionali. È un’architettura che richiede attenzione e disciplina, ma che offre grande solidità se ben costruita.

Soluzioni ibride e agevolazioni pubbliche

Esistono poi modelli più delicati, che cercano di conciliare le agevolazioni riservate agli ETS – ad esempio su concessioni o canoni ridotti – con una gestione economica affidata a soggetti commerciali. Sono soluzioni praticabili solo se fondate su accordi chiari, contratti reali e documentazione coerente. In assenza di queste condizioni, il rischio è che il risparmio apparente si trasformi in un problema serio.

Attenzione alle scorciatoie

In questo nuovo contesto, alcune prassi consolidate diventano rischiose. Utilizzare l’ETS solo per ottenere agevolazioni, mentre la gestione economica è di fatto commerciale, espone a conseguenze ben più gravi del beneficio immediato.

Dal 2026 il confine tra legittima agevolazione e gestione incoerente sarà osservato con molta più attenzione. E chi organizza eventi lo percepirà prima di altri.

Un cambio di paradigma, non un attacco alle associazioni

Questo scenario non è un attacco al mondo associativo.

È un cambio di paradigma.

Si passa da un’idea di associazione che “fa eventi per finanziarsi” a un modello in cui l’ETS si finanzia con risorse già tassate, generate da attività commerciali organizzate in modo distinto e trasparente.

Chi sta pensando a eventi per l’estate non dovrebbe limitarsi a cercare sponsor o date disponibili. Dovrebbe interrogarsi ora sulla struttura, sui ruoli e sulla sostenibilità del modello.

In molti casi non è allarmismo dire che si è già in ritardo. È semplicemente realismo.

Non perché fare eventi diventerà impossibile.

Ma perché farli come prima non lo sarà più.